La Regina e La Priora

 Partiti da casa alle 7 circa e dopo una doverosa colazione, siamo giunti alla rovinatissima strada che porta al Rifugio del Fargno. Messo gli scarponcini, preparato e messi in spalla gli zaini, siamo partiti alle ore 9:20, il tempo nuvoloso poteva riservare qualche sorpresa e il fresco venticello ci faceva ricordare che eravamo in montagna, dove il clima passa dal freddo, al caldo più torrido in poche ore e/o metri. Dopo aver visto in giro, ci siamo accorti del sentiero proprio dietro al rifugio e ho notato che per un bel po’ sarei andato proprio con comodo, era tutto pianeggiante. I sole si faceva vedere e la crema solare è stata tappa obbligatoria. Qui il primo errore ho clamorosamente dimenticato il cappello in macchina. Dopo il tratto pianeggiante il sentiero si fa quasi istantaneamente irto e scomodo a tal punto che in alcuni tratti è stato conveninete passare al di fuori, come dimostrava l’erba abbsata da quelli prima di noi. Poca roba come si dice, perché a questo punto siamo, si e no a 1/3 del percorso ed il bello è da venire.

Dopo questo primo tratto in forte salita, si arriva alla sella formata da Pizzo Tre Vescovi (lasciato alle nostre spalle) e P. Berro (di fronte). Da qui si scorge la nostra meta: ma quanto c’è ancora da camminare!!! Proseguiamo sempre dritto per la berra cresta rocciosa ma comoda anche se in salita. La scaglia calcarea (che ha creato i Sibillini) in questa parte del percoso regala un sentiero particolare: si cammina al di sopra di una formazione a lamelle policrome poco distante l’una dall’altra.

Erano circa le 10:30 e il sentiero invitava verso la conquista di una ulteriore vetta: Pizzo Berro. Anche se la condizione era tutto sommato buona, il cielo che passava da velato a molto coperto ci invito a proseguire per il sentiero, che taglia in leggera discesa, il fianco erboso del pizzo. Erano oramai due ore di cammino e ci troviamo di fronte il pezzo più duro e difficile: la cresta della Priora; qui ci riposiamo un po’ e ci prepariamo psicologicamente per l’ultimo sforzo (di circa un’ora). Il percorso inizia con un sentiero più o meno comodo, che lascia velocemente posto alla nuda roccia dove non c’è più traccia di stradello o quanto meno di via predefinita, qui ci si ritrova a dover salire per una via fatta di ripidi scalacci che non ha saputo bene affrontare e ha reso difficoltosa l’ascesa sia tentando il classico zig-zag, non sempre possibile, che tentando di puntare dritto ed andare avanti. Passata la metà della cresta ritorna un tracciato più o meno segnato a terra che rende più agevole la salita esponendo però l’escursionista a pericolose cadute nel vuoto. A tutto questo vanno aggiunte le folate di vento, reso veramente gelido dalla neve che c’era sui fianchi della montagna; per la cronaca, i nostri erano vestiti come due boy-scout al mare, pantaloncino corto e felpa (già bagnata dal sudore), ma senza il sole.

La vetta, come la polmonite, era ormai vicina. Stretto di più i denti puntai dritto, e dopo l’ultimo muretto di roccia, rispunta la croce della vetta improvvisamente vicina: gli ultimi trenta metri sono stati una marcia trionfale. Preso dalla gioia per aver portato questi 100 kili d’uomo fin lassù, come un Bordin di provincia, baciai le rocce (come testimoniano le foto). Cosa molto simpatica, al di sotto della croce c’è una scatola in metallo con all’inteno un quaderno dove gli escursionisti lasciano il segno della loro presenza. Per holymount ho scritto: la fatica ed il sudore speso sono poca cosa in confronto ai “interminati spazi” e “sovrumani silenzi” della montagna.

Sosta di circa un’ora e ritorno per la stessa via: la cresta, che prima ci ha costato un’ora di fatica e sofferenza, dopo circa 20 minuti di discesa era già alle nostre spalle. Gurdandoci indietro e ripensando al salita concordammo che ci velevano almeno 10.000€ per convicenrci a salire di nuovo 🙂 Alle 16:20 eravamo già al punto di partenza, io abbssatanza stanco e altrettanto soddisfatto dell’impresa, come del resto lo era anche Stefano.

Classificata come E+ nella guida, l’escursione ha richiesto in vero un discreto dispiego di eneregie, sia per il percorso non proprio corto, anche se percorso in 5 ore, sia per la salita finale che richiede un discreto sforzo. Difatti, ricercando in rete, l’escursione viene spesso catalogata come EE. La cima del Pizzo Regina (sinonimo di Priora), all’ora di pranzo era un posto alquanto frequentato, alla nostra partenza si poteva contare una ventina di escursionisti qualcuno distintosi per una singolare meditazione che non abbiamo potuto catturare.

Il clima, seppure mai favorevole in montagna, si e mantenuto fresco per buona parte della giornata a causa del cielo coperto e alle folate di vento non forti ma fresche quasi sempre e gelide nella cresta finale. Nel pomeriggio intorno alle 3:00 è rispuntato il sole e, senza il mio cappellino mi sono scottato lo scalpo che inizia a disabitarsi :-(. C’è mancato veramente poco che oltre alla passeggiata facevamo anche la doccia, ma alla fine ci è andata di lusso: niente acqua e niente sole che poteva farsi veramente sentire.

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